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   teatri treia

Come avveniva in molte cittadine marchigiane, anche a Treia le prime rappresentazioni teatrali venivano allestite sin dal XVII secolo nei locali del palazzo comunale, con apparati provvisori e palchi in legno. Il “pubblico teatro” a Treia era originariamente collocato nell’ala del palazzo detta dell’Abbondanza, allestito dal 1715 nella sala maggiore con palchetti lignei smontabili per la rappresentazione delle commedie. Gli spettacoli erano allora promossi spesso dalla locale Accademia dei Sollevati ed erano molto apprezzati specialmente dai ceti patrizi, ma tutti i cittadini ne pagavano le spese per la manutenzione e per le compagnie di giro e tra quelli che si lamentavano di più erano ovviamente i paesani più poveri, i meno inclini ad apprezzare tanto “lusso” che gravava sulle loro tasse.
Su queste strutture provvisorie ed in questi locali occasionali - palazzo comunale ed ex granaio pubblico - si tennero le prime rappresentazioni pubbliche treiesi sino alla demolizione per fatiscenza del teatrino ligneo nel palazzo comunale, il 30 agosto 1780.
Quando la Sacra Congregazione del Buon Governo – probabilmente per motivi di sicurezza o di decoro – nel 1792 emanò il decreto di proibizione di tenere rappresentazioni sia nell’edificio del governo locale sia nell’ex granaio, la comunità, sospinta dalla classe nobiliare, si organizzò immediatamente per promuovere la raccolta dei fondi per la costruzione di un nuovo teatro stabile, in un nuovo edificio adibito esclusivamente allo scopo. L’associazione condominale, capeggiata da 21 cittadini eminenti, fu riunita immediatamente il 20 febbraio del 1792, quasi a testimoniare l’irreversibile coscienza civica che considerava oramai il teatro uno dei parametri fondamentali per il riconoscimento del titolo di “città”, titolo che l’antica Montecchio (d’allora recuperò l’antico toponimo romano di Treia) aveva avuto in concessione da Pio VI solo due anni prima, con la Bolla papale del 2 luglio 1790.


L’atto costitutivo della “Congregazione teatrale” venne stipulato ufficialmente il 13 febbraio 1794 dal notaio Francesco Fedeli, eletto poi Segretario dell’associazione; l’atto obbligava i 31 nobili sodàli per otto anni a versare una soma di grano ciascuno per far fronte alle spese di realizzazione dei palchi, del palcoscenico, gli scenari, la decorazione della volta, ecc., il tutto da eseguirsi entro tre anni dall’elevazione delle strutture murarie. I palchetti sarebbero stati assegnati di proprietà alle rispettive famiglie.
L’area prescelta per il nuovo teatro (nell’attuale Piazza D. Pacifico Arcangeli) - posta sulle mura orientali, presso l’antico ingresso della Porta Cassera, dove allora sorgeva la duecentesca Chiesa di San Martino - risultava di fatto strategica rispetto all’asse principale della struttura urbana ed all’accesso al centro rappresentativo. I lavori di fondazione iniziarono sulla base di un originario progetto dell’architetto treiese Carlo Rusca che ne aveva presentato perizia per una spesa di 2000 scudi. Ma il programma subì dei ritardi a causa sia dell’opposizione di alcuni proprietari d’immobili limitrofi alla chiesa sia dell’invasione napoleonica e dell’incertezza della nuova realtà politica, che veniva a congelare di fatto ogni iniziativa.
La soppressione napoleonica della Confraternita della Misericordia, che officiava la chiesa di San Martino, agevolò la liberazione dell’area ed infine - acquistato il suo sedìme dalla Camera Apostolica da parte dei sodali - la chiesa venne demolita nell’agosto del 1801, recuperandone i materiali edili per la costruzione della nuova Collegiata.
Nello stesso anno il deputato dei sodàli Amato Barbarossa appaltò l’opera muraria all’impresa edile dei De Mattia, ed a G. B. Bartoloni per le opere lignee. La nuova situazione del lotto portò all’abbandono del vecchio progetto Rusca che venne sostituito da un nuovo progetto affidato all’architetto e pittore moglianese Giuseppe Lucatelli – esponente raffinato del neoclassicismo marchigiano e già allievo a Roma di Anton Raphael Mengs – il cui apporto alla tipologia del nuovo teatro fu fondamentale, tenendo presenti le sue precedenti opere nel Teatro di Fermo e specialmente nel Teatro di Tolentino. A lui si deve la caratteristica soluzione della partizione verticale del pozzo dei palchetti, con paraste ioniche sovrapposte a tutta altezza che interrompe la continuità orizzontale delle fasce dei parapetti (come nel Vaccai a Tolentino), sino a sorreggere in alto il plafone sospeso su lunette a tutto sesto con unghiature cilindriche. Si tratta qui di una tipica esemplificazione del linguaggio di transizione neoclassica - nell’architettura teatrale - tra l’uso dei precedenti balconcini barocchi e la definitiva scelta ottocentesca dei palchetti a fascia continua.
I lavori procedettero spediti e, nel 1805, le opere murarie raggiunsero l’imposta del tetto; ma ancora una volta le vicende politiche - in questo caso l’annessione delle Marche al Regno Italico nel 1808 e poi l’occupazione di Gioacchino Murat nel 1813 - rallentarono i lavori; la copertura comunque venne terminata nel 1811.
Nel 1815 si interessò al teatro il conte maceratese Filippo Spada, buon dilettante di architettura ed accademico georgico, che si prese l’onere del disegno del foyer dell’atrio d’ingresso e dei palchetti e – data la sequenza operativa del cantiere – a lui andrebbe attribuito plausibilmente anche il disegno della facciata del teatro, dai chiari riferimenti agli schemi neoclassici “neorinascimentali” del Valadier, l’insigne architetto romano da lui ben conosciuto nel cantiere della sua Villa La Quiete presso Treia. Lo schema del prospetto venne dallo Spada impostato su alte paraste d’ordine gigante in stile dorico, tra le cui campate s’inseriscono finestroni con fastigio su mensole che, al secondo ordine, s’arricchiscono di timpani triangolari; mentre sul fregio, sotto il parapetto dell’attico sormontato da urne, venne inciso il motto “Apollini et Musis”. L’arretramento della facciata rispetto all’asse stradale nord-sud che innerva la città antica si venne a creare una piazzetta laterale di rispetto che slancia la percezione prospettica del teatro.
Questa fase di completamento edilizio, iniziata il 17 agosto 1815, venne portata a termine il 20 agosto 1817 quando agli imprenditori De Mattia e Bartoloni vennero pagati con 1124 scudi dai condòmini impegnati, mentre la facciata dovette essere completata successivamente non prima del 1821.
Si pensò allora alle decorazioni ed agli apparati teatrali. Al quadraturista maceratese Spiridione Mattei venne dato l’incarico (per 125 scudi) dell’esecuzione di una muta di quattro scenografie a corredo del palcoscenico, raffiguranti fondali canonici per il teatro dell’epoca (la Sala Regia, la Strada, la Camera, il Sotterraneo), completate entro il 1820 in vista dell’inaugurazione. Questa avvenne il 20 gennaio 1821 – con la decorazione del teatro ancora non completata - con la prima rappresentazione pubblica. Per l’occasione venne predisposta un’altra scenografia (la Camera Rustica), forse opera dello stesso Mattei.
Dopo l’evento si proseguì con gli apparati decorativi: nel luglio 1828 si affidò al pittore Francesco Falconi la “pitturazione” del plafone e dei palchi; nell’ottobre dello stesso anno Pacifico Lausdei completò la doratura delle paraste divisorie dei palchetti (basi e capitelli). Su progetto di Patrizio De Mattia, tra il 1835 ed il 1839, venne ricavato un locale sottostante il palcoscenico, affacciato sulla Strada circondariale orientale, poi adibito dal Comune a pubblica pescheria. Nel 1844 altri quattro scenari vennero commissionati al noto scenografo senigalliese Enrico Andreani.
Dopo l’Unità d’Italia un nuovo spirito democratico pervase la regione, oramai affrancata dallo Stato Pontificio. Si pose allora il problema di una maggiore partecipazione popolare alla fruizione degli spettacoli teatrali. Anche a Treia tale nuova coscienza venne fronteggiata con la decisione di ampliare i posti della sala teatrale. A tal fine, nel 1862, venne chiamato il noto architetto settempedano Ireneo Aleandri a studiare una possibile soluzione, pur rispettando i limiti dello spazio disponibile.
L’Aleandri elaborò un nuovo progetto rispettoso della curva a ferro di cavallo con bulbo absidale allargato - “alla francese” - realizzata dal Lucatelli, accorciandone trasversalmente la base allargando il boccascena, con l’aggiunta dei palchi di proscenio (le “barcacce”). L’architetto sollevò inoltre tutta la struttura del pozzo dei palchi ricavandone un nuovo quarto ordine di loggione aperto, mantenendo tuttavia lo schema strutturale lucatelliano del raccordo tra le paraste verticali con la volta a plafone, in una soluzione già da lui sperimentata nel Teatro Feronia di San Severino. Ottenne così l’ampliamento dei posti a quarantaquattro palchetti più il loggione.


I lavori di modifica, terminati nel 1865, vennero completati con la nuova decorazione di tipico gusto renaissance delle volte, per opera dell’artista treiese Tobia Lausdei che ne fu incaricato nell’aprile 1863. Alla decorazione floreale e simbolica il Lausdei intercalò, nelle lunette del plafone, ritratti di famosi letterati e musicisti.
Infine, nel 1865, al pittore romano Silverio Capparoni – allievo e collaboratore di Francesco Podesti in Vaticano – venne affidata la realizzazione del sipario principale, dove egli riprodusse il noto quadro storicista di Tommaso Minardi col soggetto di Corrado d’Antiochia all’assedio di Montecchio, donato dal marchese Nicola Luzi di Votalarca al Comune e posto nella sede dell’Accademia Georgica, ciò a reminiscenza della storica resistenza della città di Treia agli Svevi nel novembre del 1263, nella ricorrenza del suo sesto centenario e proprio nei pressi del luogo del Cassero dove essa effettivamente avvenne. Una lapide, posta sulla ricostruita Porta Cassara nel 1809, ricorda l’avvenimento storico.
Nel 1881 venne costituita la nuova “Società Teatrale” dei cittadini possessori dei palchi nel teatro, che da allora prenderà il nome di Teatro Condominale.
Il teatro treiese conserva ancora buona parte dei suoi apparati scenotecnici: graticcio praticabile, tamburi e carrucole, una “macchina del tuono” ed alcuni carrelli per la movimentazione delle quinte prospettiche, mentre purtroppo ben poche delle numerose scene dipinte rimandateci dai documenti sono sopravvissute al tempo.
Nel dicembre 1961, con Decreto del Ministero della Pubblica Istruzione, il teatro di Treia viene riconosciuto di particolare interesse artistico ai sensi della Legge n.1089 del 1939, sancendo così ufficialmente il valore storico-documentario dell’architettura del teatro marchigiano.
Dopo gli sporadici interventi conservativi eseguiti negli anni tra il 1962 ed il 1982 – tra i quali la criticabile demolizione dell’antico pavimento in cotto - oggi il teatro è stato finalmente oggetto di un intervento complessivo di restauro conservativo, con finanziamenti regionali, del quale si attende la sua prossima inaugurazione.

 

 

Teatro Treia foto zenitale Franco Zampetti

 

Ringraziamo l'Arch. Franco Zampetti per averci messo a disposizione questa sua foto zenitale

 

www.francozampetti.it

 

 

 

 

 


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